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Pretty Woman anche sulla Binasca, da “lucciola” a grafico pubblicitario (da "il Cittadino", quotidiano del lodigiano)

Non ha la faccia di Julia Roberts e suo marito non è Richard Gere, ma pretty woman esiste davvero. È’ una ragazza albanese di 30 anni che, dopo essere stata costretta a prostituirsi sulla Binasca, ha trovato l’amore della sua vita, se l’è sposato e adesso lavora come esperta di grafica pubblicitaria in una ditta di Melegnano. Del passato si vuole lasciare tutto alle spalle. Anche il no­me che usava quando si vendeva per strada. Diceva di chiamarsi Aurora, come il chiarore che precede l’alba. Era la sua speranza per il futuro, che fino a quando è rimasta in balia dei suoi aguzzi­ni era fatto solo dì buio e violenza. Il dramma di Lucia (il nome è inventato) inizia nel 1994, quando viene rapita nel suo villaggio a nord di Tirana, ai piedi della catena montuosa che separa l’Albania dal Kosovo iugoslavo. La picchiano e la mettono su uno scafo in partenza verso le coste pugliesi. Lei ha 24 anni, qualche sogno nel cassetto e nessuna intenzione di diventare carne in vendita. Ma appena sbarcata in Italia capisce che quello sarà il suo destino. La fanno arrivare a Brescia, la chiudono in un appartamento e la violentano per giorni, picchiandola e seviziandola. La minac­ciano. Le dicono che se non ubbidisce ci saranno ritorsioni sulla sua famiglia in Albania. Quindi la spediscono sulla Binasca a Carpiano. E per più di due anni ci sono solo sofferenze e umilia­zioni. Poi arriva Michele. Lui fa il camionista. Sulla Binasca ci passa spesso. E’ giovane e simpatico. Si salutano. Ogni tanto lui si ferma e fanno quattro chiacchiere. Sboccia l’amore e Lucia si de­cide a denunciare i suoi aguzzini e l’organizzazione che li sostie­ne. Ma ha paura e quando nel maggio del 1996 i carabinieri la portano in caserma per dei controlli, dopo una fissa fra lucciole, lei mente e usa il suo nome falso, Aurora. «Aveva paura di ritor­sioni verso la sua famiglia In Albania - dice il suo avvocato, Lorenzo Tornielli - A casa non sapevano che lei era costretta a pro­stituirsi». Alla fine Michele la porta via dalla strada e le apre le porte del cuore e della sua casa. I due si sposano e lei studia. Di­venta grafico pubblicitario e adesso lavora a Melegnano. Il buio è passato ma qualche scampolo di passato la insegue ancora, come quella denuncia per la rissa di quattro anni fa, e per il nome falso dato ai carabinieri. Ieri il tribunale di Lodi le ha inflitto tre mesi di reclusione, con la condizionale. Il giudice ha però anche deciso che la condanna non lascerà tracce sulla fedina penale. Lucia ieri ha preferito non assistere al processo. Deve dimenticare.

Fabio Buonaccorso. Lodi, Giovedì 24 febbraio 2000.

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